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Musica: ritorno al futuro

Il mondo musicale ha avuto un forte “colpo basso” agli inizi dell’era digitale. Strutture come Napster, come eMule e altri programmi hanno costretto ben presto all’elaborazione di un nuovo modello di business per poter “inglobare” e sfruttare il mondo web dentro l’industria musicale. E’ arrivato iTunes, e adesso con il “cloud” è possibile sincronizzare ulteriormente il nostro fabbisogno di musica su tutti i device a nostra disposizione. E non solo. Poi è arrivato anche il social, nel particolare Last.fm, che consentiva l’utente di trovare ulteriore musica e sperimentare nuovi sound accedendo a quell’enorme banca dati rappresentata dalla conoscenza delle altre persone che accedevano allo stesso social network.

C’è ancora tanto da fare, soprattutto in Italia. Adesso sono arrivate ulteriori piattaforme, come Spotify e Google Play Music. Quest’ultimo arriva qui in Italia (il nono paese, considerati i tempi di marcia di Mountain View) con un’ offerta unlimited che durerà fino al 15 settembre: un mese di prova, poi 7,99 euro al mese, poi si passerà a 9,99; una piccola postilla: l’utente dovrà utilizzare obbligatoriamente un dispositivo Android per poter usufruire del servizio, altrimenti nisba. Si rivolge ad altri servizi.
Google Play Music è simile al funzionamento di Spotify, ovvero radio generate in base alle preferenze dichiarate dall’utente, valori come autore, generi e sound personalizzati; tutto questo porterà a playlist personalizzate, interi album da ascoltare online o scaricare sul proprio tablet o smartphone.

Mentre chi non ha un dispositivo Android si potrebbe affidare al futuro iTunes Radio, che probabilmente sarà lanciato il prossimo autunno in concomitanza con iOS 7. Alcune voci confermano che avrà una struttura simile a quella di un altro servizio musicale, Pandora: playlist auto-generate con la possibilità di selezionare i brani in esse contenute.

Su tutti questi servizi, chi sta vivendo un periodo d’oro è certamente Spotify. La startup svedese nata nel 2006 ha raggiunto l’eden informatico lo scorso anno, in cui il suo fatturato è cresciuto del 139%. Nata a Stoccolma nel 2006, ha faticato un pò prima ad affermarsi (parola dei suoi creatori), ma grazie a particolari espedienti marketing in cui si è guadagnata il passaparola all’interno di varie manifestazioni locali e successivamente all’interno dei social network, ha favorito la sua ascesa fino ad arrivare a competere in altri paesi esteri. In Italia è arrivata lo scorso anno.

 

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Ormai il business è avviato, e nei prossimi mesi ci sarà un’ ulteriore  “cambio di modello”: si potranno ascoltare massimo 10 ore al mese,  ovvero 20 minuti al giorno. Se poi si è creato l’account da sei mesi o più la limitazione è partita subito, già dal 12 agosto.

Insomma, se prima il digitale rappresentava l’anatema e l’incubo per ogni casa discografica, sembra che invece l’economia del sound abbia ricevuto un ulteriore beneficio da questo mondo. Negli scorsi anni, vari studi accademici hanno confermato che in realtà il digitale favoriva la conoscenza di un gruppo musicale, favorendo di conseguenza un eventuale acquisto del prodotto finale; un fattore di marketing confermato recentemente anche dalla Swedish Recording Industry Association (Glf), annunciando che il 70% degli acquisti di musica in Svezia deriva dallo streaming digitale.

Tutti felici e contenti, quindi? Non proprio. Artisti musicali affermati credono che questi “modelli di business” non siano altro che miseri pifferai di Hamelin, che circuiscono gli artisti per poter arraffare i diritti sulla loro musica e lucrarci sopra, lasciando solo delle miserie a chi quella musica l’ha realizzata: Tom Yorke, leader dei Radiohead, ha comunicato tramite tweet il suo pensiero di non “svendere” facilmente la propria musica a piattaforme come Spotify, mentre i Pink Floyd non accettano il modo di fare della piattaforma Pandora.

 


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